D.Lgs. 231/01: riflessioni sui Modelli organizzativi

Non "realizzazione del modello organizzativo ex D.Lgs. 231/01", come spesso si sente dire, ma più correttamente adeguamento del modello di organizzazione, gestione e controllo aziendale ai requisiti ed agli scopi del D.Lgs. 231/01. E del D.Lgs. 626/94, del D.Lgs. 196/03, del D.Lgs. 262/06 e così via…
di Giovanni Battisti.

Ogni azienda funziona grazie ad un "insieme di regole, procedure e prassi", più o meno formalizzato, che ne orienta l’attività verso gli obiettivi fissati dalla proprietà.
Questo "insieme di regole, procedure e prassi" è il modello organizzativo della società; il D.Lgs. 231/01 (Decreto) chiede, affinché si possa eventualmente godere della c.d. esimente, che tale modello sia adeguatamente formalizzato - per permetterne la conoscibilità interna ed esterna all’azienda- e che risponda ad alcuni requisiti specifici (ad es., la costituzione dell’organo interno di vigilanza).
Non si dovrebbe quindi parlare di "realizzazione del Modello organizzativo ex D.Lgs. 231/01", ma di (progetto di) adeguamento del modello di organizzazione, gestione e controllo dell’azienda ai requisiti stabiliti dal Decreto e dalle associazioni di categoria.

Questa precisazione non è puramente formale, e assume particolare rilievo in seguito all’introduzione dell’art. 25 septies nella disciplina del D.Lgs. 231/01: l’ambito della salute e sicurezza sul luogo di lavoro è, infatti, ampiamente normato e le aziende dovrebbero aver già adottato una corposa serie di disposizioni organizzative (deleghe, organigrammi, procedure, programmi di audit, programmi di formazione etc) per adempiere tali disposizioni normative.
E, se non si ha ben chiaro il concetto sopra esposto (e già in passato già sostenuto), si rischia di duplicare "per il Modello 231" quanto già predisposto in attuazione delle norme sulla sicurezza sul lavoro.

Non venga tuttavia la tentazione opposta, e cioè ritenere che sia sufficiente richiamare nel documento che formalizza il Modello per il D.Lgs. 231/01 quanto già prodotto per adempiere la normativa sulla sicurezza sul lavoro.
Infatti, come mi ammonisce l’avv. Da Riva Grechi, l’art. 9 della L. 123/07 non ha solo introdotto i reati di “Reati di omicidio colposo e lesioni colpose gravi o gravissime, commessi con violazione delle norme antinfortunistiche e sulla tutela dell'igiene e della salute sul lavoro” nella disciplina della responsabilità amministrativa degli enti, ma ha anche ampliato la funzione cui devono adempiere le disposizioni adottate dall’azienda in materia di sicurezza: non più "solo" prevenire gli incidenti e gli infortuni sul lavoro, ma anche liberare l’ente dall’eventuale responsabilità amministrativa ex D.Lgs. 231/01 (nella malaugurata ipotesi di incidente sul lavoro).

Nel modello organizzativo dovrà quindi essere curato in modo particolare il raccordo tra "mondo 231" e "mondo 626", ad esempio:
  • formalizzando il processo di redazione del Documento Unico di Valutazione dei Rischi (DVR), in modo da consentire all’Organismo di Vigilanza (OdV) un’efficace attività di controllo;
  • predisponendo adeguati flussi informativi verso l’OdV, in merito agli infortuni occorsi, o all’attività di controllo effettuata dai delegati del datore di lavoro;
  • formalizzando un programma di audit sulla corretta attuazione delle procedure per la prevenzione degli infortuni;
  • comunicando il programma di formazione in materia di salute e sicurezza sul lavoro all’OdV;

Al solito, sono ben venuti i vostri commenti.

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