La compliance nelle aziende italiane

Prosegue la nostra chiacchierata con il dott. Stefano Barlini (SB), uno dei fondatori e amministratori di operàri (leggi la prima parte dell'intervista). Oggi parliamo dell'evoluzione della cultura della compliance aziendale nelle imprese italiane.

CA. Dall'esperienza maturata, a che punto è la cultura della compliance nelle aziende? E quali i principali ostacoli al suo sviluppo?

SB. Per rispondere a questa domanda propongo di usare come indicatore la numerosità e la portata delle attività di verifica interna dei programmi di conformità posti in essere. Il tema è: oltre ad aver predisposto un documento formale e strettamente conforme ai requisiti di legge (i.e. DPS, Modello di Organizzazione, gestione e controllo ex D.Lgs. 231/01, Modello di supporto per le attestazioni del Dirigente Preposto ex art. 154-bis del TUF; Procedure per la gestione delle informazioni societarie e delle informazioni privilegiate; etc.), quante aziende oggi possono sostenere di avere un processo interno di verifica dell’effettiva osservanza? Eppure è lo stesso legislatore che lo prevede espressamente ai fini della stessa conformità ai requisiti di cui al D.Lgs. 231/01 (…vigilare sul funzionamento e l'osservanza dei modelli…; …modello…efficacemente attuato; etc.), ai fini della conformità ai requisiti di cui all’articolo 154-bis del TUF (effettiva applicazione delle procedure…amministrativo e contabili per la formazione del bilancio di esercizio e, ove previsto, del bilancio consolidato nonché di ogni altra comunicazione di carattere finanziario), così come in generale per gli ulteriori requisiti di legge (Privacy, Registro delle persone con accesso a informazioni price sensitive, etc).

La mia percezione è che sebbene sia piuttosto diffusa l’adozione formale di Modelli/Sistemi/procedure astrattamente ben disegnate in corrispondenza dei requisiti di legge, non siano moltissime le aziende che oggi possono dimostrare di avere un processo già a regime di verifiche interne comunque essenziale per la piena conformità.

Ciò dipende sia da fattori interni che esterni. Con riferimento ai primi, occorre tenere presente la limitatezza delle risorse a disposizione nella maggior parte delle aziende (si diceva che con riferimento alle sole società quotate in borsa 250 su 300 non superano il 15% della capitalizzazione complessiva) che si vedono spesso investite, alla pari delle aziende più articolate e complesse dotate di ben altri mezzi, di un apparato di contromisure interne dello stesso spessore e onerosità (ovviamente con un’incidenza ben più massiccia!). Ciò è spesso una conseguenza connaturata alla previsione di legge che appunto in quanto valida erga omnes, non riesce certo a graduarsi in funzione del destinatario (si converrà che il destinatario ENI che da sola rappresenta il 15% della capitalizzazione è ben diverso dal destinatario GEOX che si attesta nel limite massimo delle 250 società quotate, ma che da sola non supera lo 0,35% della capitalizzazione complessiva!). Forse sotto questo profilo il sistema basato sull’autodisciplina consente, a mio modesto parere, una migliore efficienza ed, in ultima analisi, efficacia delle contromisure; certo si dirà, se non c’è l’obbligatorietà per legge, non sarebbero prese in considerazione dalla maggior parte dei potenziali destinatari.

Per ciò che concerne i fattori esterni, indubbi ostacoli sono rappresentati:
  • dall’incertezza delle stesse previsioni (quante volte si è costretti ad ammettere che l’interpretazione da parte dei giudici non è affatto prevedibile?)
  • dalla nebulosità del testo di legge (perché non si è fatto esplicito e diretto riferimento e rimando al framework del CoSO, come base su cui supportare il giudizio di adeguatezza ed efficacia delle procedure amministrativo-contabili da parte del DP?)
  • dalla contraddittorietà del dettato normativo (pur essendo relativamente recente, quanti cortocircuiti possono già contarsi tra l’impianto originario della responsabilità degli enti ex D.Lgs. 231 e le successive modifiche/integrazioni introdotte in occasione degli innumerevoli ampliamenti?)
  • dall’impiego di terminologia desueta o comunque non corrente e diffusa da parte del legislatore (quante volte occorre spiegare cosa è un soggetto in posizione apicale? Perché si parla di Dirigente Preposto e non di CFO? Cosa sono davvero i protocolli? E le procedure amministrative e contabili a supporto del DP?)
  • dalla complessità e gravosità via, via crescente (siamo sicuri che il sistematico ampliamento dei reati-presupposto della responsabilità degli enti riduca la gravosità e la frequenza degli illeciti che si vogliono contrastare?)
[continua]

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