La cooperazione dell'OdV nel delitto colposo

dell'avv. Maurizio Arena (curatore della rivista I Reati Societari).

L’inserimento di reati colposi nel d.lg. n. 231 (art 25 septies) obbliga ad ulteriori riflessioni in merito ai profili di responsabilità dei componenti dell’ODV.

Tale responsabilità è stata ritenuta configurabile, ex art 113 c.p., alla stregua della casistica giurisprudenziale formatasi in relazione ai componenti il servizio di prevenzione e protezione ex d.lg. 626/1994 (Antonetto).

Secondo l’art 113 comma 1 c.p., “nel delitto colposo, quando l’evento è stato cagionato dalla cooperazione di più persone, ciascuna di queste soggiace alle pene stabilite per il delitto stesso”.

Per quanto riguarda la richiamata giurisprudenza in tema di RSPP, si è affermato che costoro “sono soltanto dei consulenti e i risultati dei loro studi e delle loro elaborazioni, come in qualsiasi altro settore dell’amministrazione dell’azienda (ad esempio in campo fiscale, tributario, giuslavoristico), vengono fatti propri dal vertice che li ha scelti e che della loro opera si avvale per meglio ottemperare agli obblighi di cui è esclusivo destinatario” (ex multis: Cass., III, 23 maggio 2001, n. 20904).

Il RSPP può essere chiamato a rispondere anche penalmente per lo svolgimento della propria attività: “questi, infatti, qualora agendo con imperizia, negligenza, imprudenza o inosservanza di leggi e discipline, abbia dato un suggerimento sbagliato o abbia trascurato di segnalare una situazione di rischio, inducendo così il datore di lavoro ad omettere l’adozione di una doverosa misura prevenzionale, risponderà insieme a questi dell’evento dannoso derivatone, essendo a lui ascrivibile, a titolo di colpa professionale che può assumere anche un carattere addirittura esclusivo” (Cass., IV, 31 marzo 2006).

Ad avviso di chi scrive la tesi della responsabilità dell’ODV ex art 113 c.p. in relazione ai delitti di omicidio colposo o di lesioni colpose può trovare un argine interpretativo, sempre che si rispettino i principi fondamentali della responsabilità colposa.

Esaminiamo innanzitutto i tratti essenziali della cooperazione colposa.

Per la giurisprudenza, la cooperazione colposa differisce dal concorso di cause colpose indipendenti in ragione del “nesso soggettivo che connette le varie condotte” (Cass., IV, 23 novembre 1987; IV, 15 novembre 1986; I, 18 marzo 1982).

La cooperazione colposa è infatti caratterizzata dalla “consapevolezza di contribuire alla realizzazione di un evento comune”: ciò difetta nelle cause colpose indipendenti.

Secondo le Sezioni Unite (25 novembre 1998) la cooperazione colposa richiede la consapevolezza di contribuire all’azione od omissione altrui che sfocia nella produzione dell’evento non voluto.

Sono pertanto necessari, cumulativamente, due presupposti:
  • la c.d. coscienza del concorso (pur non essendo necessario il previo accordo); potrebbe essere ritenuta sufficiente la prevedibilità della condotta altrui concorrente con la propria (Severino Di Benedetto);
  • l’atteggiamento colposo (rispetto alle cautele poste a tutela del bene leso).
Non è sufficiente la sola coscienza del concorso, né il mero astratto atteggiamento di negligenza, imprudenza, imperizia o in genere l’inosservanza della regola prudenziale.

La condotta di cooperazione può essere anche omissiva e anch’essa va valutata in relazione allo specifico evento verificatosi.
In alcuni casi la giurisprudenza si è occupata di un’inerzia rispetto alla percepita condotta antidoverosa altrui (Cass., IV, 17 gennaio 1984; IV, 24 novembre 1961).

La cooperazione de qua è ipotizzabile anche nelle ipotesi riguardanti organizzazioni complesse, nei cui atti confluiscono condotte poste in essere, anche in tempi diversi, da soggetti tra i quali non v’è rapporto diretto: in tali ipotesi esiste comunque il legame psicologico previsto per la cooperazione colposa, perché ciascuno degli agenti è conscio che altro soggetto ha partecipato o parteciperà alla trattazione del caso (Cass., IV, C.E.D. n. 228927).

Se si ribadisce che rispetto all’evento “morte/lesioni”, la condotta cooperativa – anche omissiva - deve risolversi in una violazione delle specifiche regole cautelari volte ad impedirlo, allora il rischio dei componenti dell’ODV di incorrere in responsabilità ex art 113 c.p. può trovare un plausibile limite.

A ben vedere, infatti, la colpa dell’ODV può consistere nella violazione di regole cautelari contenute nel modello organizzativo che sono volte al controllo sulla funzionalità del sistema prevenzionistico vero e proprio.

In altri termini: potrebbe esserci una condotta negligente dell’ODV o violativa di regole del modello, ma non sembra che tali regole siano specificamente e direttamente volte alla prevenzione degli eventi lesivi.

Sembrano piuttosto “cautele di secondo grado”, non prescriventi, in altri termini, il comportamento da tenere per evitare il sinistro.

Il modello organizzativo ingloba il sistema degli adempimenti aziendali nascenti dagli obblighi di prevenzione e protezione imposti dalla normativa di settore.

Inoltre, proprio considerando la giurisprudenza sul ruolo e le responsabilità dei RSPP (ma, ancora prima, la stessa normativa), emerge come ci sia un rapporto diretto tra la colpa degli stessi e la colpa del soggetto qualificato destinatario di obblighi prevenzionistici (il datore).

Non ricorrono esattamente gli stessi termini della relazione tra datore e ODV.

La “delega” all’ODV riguarda l’applicazione, il monitoraggio e l’aggiornamento del Modello organizzativo: l’ODV è incaricato di un controllo sull’efficienza e sull’efficacia delle procedure rilevanti ai sensi del d.lg. 231.

Insomma: la colpa dell’ODV non avrebbe diretta rilevanza causale sull’evento lesivo.

In conclusione, potrebbe sussistere la coscienza del concorso, ma non è così pacifico che un atteggiamento negligente dell’ODV possa essere sufficiente a configurare a suo carico un addebito di cooperazione nel delitto colposo.

(Maurizio Arena)

Commenti

  1. Molto interessante, come sempre, l'analisi dell'Avvocato Arena. Condivido, in particolare, che si tratti di "cautele di secondo grado" quelle di cui può farsi attiva l'OdV e che solo indirettamente queste sono in grado di prevenire eventi come gli incidenti sul lavoro. Nel trarre le conclusioni, aggiungerei che a differenza del SPP, l'OdV e i suoi componenti sono l'espressione di una scelta "virtuosa" dell'ente e non un adempimento ad una norma cogente: l'adozione di un modello (e nell'ambito di questa l'istituzione dell'OdV) è infatti facoltativa per l'ente ed evidenzia una diligenza organizzativa che il legislatore premia appunto con l'esimente o la riduzione dell'afflittività delle sanzioni previste per gli enti. Contrariamente allo spirito del D.Lgs. 231 (che vorrebbe appunto premiare gli enti virtuosi), al verificarsi dello stesso evento, un ente (e in primis la sua direzione, collaboratori e personale che fanno parte dell'OdV) che ha adottato il modello e istituito un OdV finirebbe paradossalmente per essere maggiormente penalizzato, rispetto ad un ente che non lo ha adottato mai. (SBA)

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