L'Impresa Mafiosa di fronte alla crisi economica mondiale (prima parte)

Testo dell'intervento del dott. Roberto Pennisi (Sostituto Procuratore Nazionale, Direzione Nazionale Antimafia) e del dott. Angelo Jannone (Commetodi) alla Fraud Conference 2009 - Prima parte


Non appare azzardato oggi affermare che la crisi economica mondiale che caratterizza la attuale situazione costituisca un momento magico per le organizzazioni mafiose, le uniche entità in condizioni di disporre degli ingenti capitali che consentono di inserirsi nel sistema produttivo.
Capitali che, come è noto, provengono dai classici settori per cui le organizzazioni mafiose accumulano il denaro contante, primo tra tutti il traffico dei narcotici, sempre più in espansione, essendo sempre più diffuso il consumo di tali sostanze, ed avendone quelle strutture ottimizzato lo sfruttamento attraverso l’instaurazione di solidi patti con i cartelli o i gruppi produttori, quando esse stesse non ne siano produttrici.

Ed è chiaro, in una situazione di tale tipo, come il principale obbiettivo delle predette organizzazioni sia l’impresa, più di prima, più di sempre e diversamente da sempre.
Oggi non si tratta più (solo) di sfruttarla attraverso il classico sistema parassitario della estorsione, avendo ben compreso il crimine organizzato che non v’è molto da estorcere, bensì di impadronirsene per poterla utilizzare. Non è un limone da spremere, bensì una pianta da coltivare.

L’impresa sempre più soffocata, da un lato dalla minore propensione dei cittadini a spendere, che sterilizza i suoi bilanci, e dall’altro dalla crisi finanziaria che ha portato alla restrizione del credito da parte delle banche, specie nei confronti delle piccole e medie strutture che, di fatto, costituiscono la ossatura economica del sistema- paese e sono quelle che fanno più gola al crimine organizzato perché svolgono un ruolo fondamentale proprio in quel settore che dovrebbe rappresentare il punto di partenza della ripresa, siccome destinatario del maggior impulso da parte dello Stato sotto forma di finanziamento.

Ci si riferisce alle grandi opere pubbliche che caratterizzeranno la vita dell’immediato futuro dell’Italia, dal 2010 al 2015, che, se, come prevedibile, diverranno appannaggio delle grandi strutture imprenditoriali del Paese, che soffrono meno delle altre della crisi, poi, di fatto, attraverso il sistema dei sub-appalti e dei noli, verranno eseguite dalle imprese medio-piccole secondo un ormai collaudato modello, proprio quelle strutture preferite dalla criminalità organizzata, specializzata in tutte quelle attività (movimento terra, forniture di materiali e servizi, ecc.) che si collegano al controllo del territorio. Il tutto secondo un meccanismo che è del tutto congeniale ai sodalizi criminali di cui qui si tratta e ne costituisce l’essenza stessa e la principale caratteristica, quella cioè che consente di dire di trovarsi di fronte a vere e proprie organizzazioni mafiose: il rapporto che esse instaurano con i settori degenerati della politica e dell’economia.
Ed il loro “campo di pascolo” più ricco è proprio quello dei pubblici appalti, alimentati dal denaro della collettività.

Orbene, con la attuale situazione di crisi il grave fenomeno già da tempo riscontrato si va vieppiù aggravando e rendendo più sofisticato e difficile da individuare e perseguire in quanto, come di fatto già si sta verificando, delle predette imprese medio-piccole la mafia già ha iniziato la acquisizione dopo esservisi inserita attraverso i prestiti di natura usuraria, o direttamente l’acquisto di quote in percentuali tali da garantirne il controllo, avendo cura di lasciare immutata la situazione formale preesistente, sì da potersi sottrarre ai controlli previsti dalla legislazione antimafia.

In pratica, al di là del meccanismo dell’usura, i titolari delle imprese continuano ad essere tali formalmente, trasformandosi in prestanome, non riuscendo a sottrarsi, da un lato, all’appeal esercitato da chi si presenta mostrando di disporre di una illimitata capacità finanziaria che consente la sopravvivenza della azienda e la conservazione dei posti di lavoro dei dipendenti, e successivamente, dopo l’avvenuto inserimento di fatto, e fors’anche prima (soprattutto a seconda della parte del territorio nazionale in cui ciò si verifica), alla pressione psicologica simile, se non addirittura corrispondente, alla intimidazione che proviene dalla acquisita consapevolezza della vera natura dei soggetti coi quali si è entrati in contatto

Che se è vero che pecunia non olet, è anche vero che senz’altro olet il portafoglio in cui l’imprenditore in difficoltà ha introdotto le dita per prelevare le banconote. Ed a quel punto la contaminazione si è già verificata, e non è possibile sottrarvisi se non in una sola maniera.
Ove tale disponibilità non vi fosse, non mancherebbero le organizzazioni criminali a ricorrere ai normali strumenti legali per estromettere i precedenti titolari sostituendoli con propri prestanome, noto essendo come oramai, qualsiasi sodalizio mafioso che si rispetti, si avvalga di una pletora di “colletti bianchi” o white collars come definiti nei paesi anglosassoni (avvocati, commercialisti, consulenti aziendali e finanziari, ecc), sempre pronti ad operare per dare parvenza legale agli espropri mafiosi, ed aggirare la detta normativa.

Per di più, e questo è l’altro grave rischio, la forte flessione dei titoli quotati in borsa si trasforma in un irresistibile stimolo per la mafia per acquisire le azioni di importanti società prima di qualsiasi altro operatore, non rispondendo gli investitori criminali alle normali logiche di tali tipi di operazioni economico-finanziarie.
Sarà senz’altro disposto il rappresentante del crimine organizzato che funge da prestanome ad acquistare titoli ed azioni anche prevedendo ulteriori ribassi borsistici, considerato che il denaro che investe proviene da attività criminali ed ha un solo scopo: essere comunque investito.

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