L'Impresa Mafiosa di fronte alla crisi economica mondiale (seconda parte)

Testo dell'intervento del dott. Roberto Pennisi (Sostituto Procuratore Nazionale, Direzione Nazionale Antimafia) e del dott. Angelo Jannone (Commetodi) alla Fraud Conference 2009 - Seconda parte
(Vai alla prima parte)

E l’investimento è già un vantaggio perché ne consente la “ripulitura”; in altre parole la possibilità di utilizzarlo quando, altrimenti, dovrebbe restare occultato e, quindi, inutilizzato. E nessun sistema è migliore di questo per riciclare i proventi del crimine organizzato, provengano dal traffico di droga, dalle estorsioni, dall’usura, dagli eco-traffici e da qualsiasi altra attività di elezione della criminalità mafiosa.

E così si formano e vivono le imprese mafiose, che nessun bisogno hanno di ricorrere al credito bancario e, se lo fanno, vi ricorrono solo allo scopo di camuffare le reali provenienze dei capitali di cui dispongono; così dando luogo ad un perverso meccanismo che porta le banche stesse a privilegiare, consapevolmente o meno, tale tipo di “clienti” così solvibili, mettendo sempre più in disparte quelli “normali”. Con l’ulteriore conseguenza che i proventi del crimine diventano il motore e l’alimento del sistema finanziario, cioè quello che dovrebbe servire per la ripresa dello sviluppo economico e su cui conta lo Stato stesso, intervenendo come noto su tale sistema per “dar fiato” all’economia.

Per questo giustamente si afferma che alla crisi “militare” delle organizzazioni mafiose, ormai aggredite dall’apparato repressivo dello Stato su quel campo, non corrisponde una pari crisi su quello economico, anzi essendo diventato questo quello cui dedicare la maggiore entità di sforzi.
Ed il “colletto bianco” si sostituisce così al fucile.
E’ il tempo degli uomini d’affari della mafia, sia interni alle organizzazioni criminali, che esterni ma alle stesse legati, che mirano a mimetizzarsi e a non destare allarme, e non esitano sempre più ad acquistare, si proprio acquistare col denaro di cui dispongono senza limiti, poteri privati e pubblici.

Situazione, questa, di cui si è fatta carico prima la giurisprudenza nazionale, elaborando nuove figure criminali quali il concorrente esterno nel delitto di associazione mafiosa, e poi il “legislatore internazionale” che, nella ormai nota “Convenzione ONU di Palermo” (ratificata in Italia dalla L. 146/06), nel tipizzare condotte criminose che gli Stati debbono impegnarsi a contrastare con la legislazione nazionale (art.5), non ha mancato di indicare quelle che la detta elaborazione giurisprudenziale aveva enucleato dalla “zona grigia” di collusioni tra mafia e, soprattutto, “colletti bianchi”, imprenditori e politici, facendo emergere tipologie comportamentali non facilmente riconducibili a specifiche norme incriminatrici.

Sicchè oggi, la diffusione della cultura della legalità nell’impresa è uno dei migliori sistemi di contrasto della criminalità organizzata.
Diffusione che dovrà avvenire sia attraverso una maturazione dall’interno stesso dell’impresa, anche da stimolarsi da parte delle organizzazioni di categoria, che porti alla consapevolezza che le facili opportunità offerte da chi, essendo “lupo”, si presenta ricoperto dalla “pelle dell’agnello” vanno respinte senza esitazione, sia con interventi dall’esterno (leggasi norme statuali). Senza dimenticare, peraltro, come già oggi esista una normativa (il D.lgs 231/01 finalmente recentemente modificato proprio con riferimento ai reati di mafia) che serve al superiore scopo e che dall’impresa non deve essere vista come una sorta di restrizione della libera iniziativa economica costituzionalmente riconosciuta e garantita, bensì, a ben vedere, come una vera e propria ancora cui far ricorso per rimanere nel “mare della legalità”.

Tale normativa in tema di responsabilità amministrativa delle persone giuridiche, prevista dal D.lgs. 231/01, alla luce dei rapporti già da tempo emersi tra impresa e mafia, avrebbe potuto costituire un valido strumento per colpire le imprese contigue alla mafia, vuoi dal punto di vista sanzionatorio, che quale deterrente.
Purtroppo, tali tipi di reati non erano stati originariamente ricompresi tra quelli per i quali era previsto quel tipo di responsabilità, e neppure l’allargamento attuato dall’art. 10 della L. 146/2006, in tema di reato transnazionale, era stato di valido aiuto, nella misura in cui è ben difficile che una ipotesi delittuosa di partecipazione ad associazione mafiosa possa avere in concreto quella caratteristica della transnazionalità che, per effetto del richiamo operato dal detto art. 10 all’art. 3 della stessa legge, è condizione indispensabile per la operatività della disposizione.

Solo di recente, per fortuna, è stata introdotta nel D.lgs. 231/01 una nuova disposizione esplicitamente dedicata ai delitti di criminalità organizzata la cui commissione determina la applicazione della sanzione pecuniaria all’ente in base ai presupposti e secondo i meccanismi previsti dalla legge medesima.
E proprio tale ultimo riferimento consente oggi di trasmettere, oltre al grido di allarme cui danno fiato le precedenti parole, una parola di speranza.
E’ già da tempo, infatti, che si dice che una seria produzione legislativa non può prescindere dalla realtà emersa dalle indagini in tema di criminalità organizzata ed economia svolte in diverse parti d’Italia, Sicilia e Calabria all’inizio, cui negli ultimi tempi si è aggiunta in grande stile la Lombardia, onde mettere a disposizione degli organi dello Stato preposti alla repressione dei reati gli strumenti (legislativi) necessari per contrastare un fenomeno senza la neutralizzazione (o, quanto meno, il contrasto) del quale non solo non potrà mai risolversi la cosiddetta “questione meridionale”, ed il Sud d’Italia non potrà mai avere un reale e sano sviluppo ma, altresì, si rischia la completa contaminazione di tutto il territorio nazionale.

Grazie a quella situazione per cui, attorno al nucleo centrale rappresentato dalle mafie tradizionali, si è andato via via formando una sorta di mondo “grigio” fatto di comportamenti contigui, cioè esterni alle associazioni ma ad esse funzionali, attribuibili ad imprenditori, amministratori pubblici, professionisti e politici.
Proprio quel mondo cui la mafia attinge per sfruttare al massimo quelle opportunità che la crisi economica globale le offre.

Commenti

Post più popolari