L'Impresa Mafiosa di fronte alla crisi economica mondiale (quarta parte)

Testo dell'intervento del dott. Roberto Pennisi (Sostituto Procuratore Nazionale, Direzione Nazionale Antimafia) e del dott. Angelo Jannone (Commetodi) alla Fraud Conference 2009 - Quarta parte
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Come illustrato sinora, lo sforzo del legislatore è diretto ad un coinvolgimento pieno delle imprese -che sul punto non hanno mancato di sollevare delle perplessità, se non altro per i costi che le soluzioni organizzative potranno comportare - affinchè vi sia uno sforzo condiviso che possa frenare la pervasività della criminalità mafiosa in una economia già indebolita dalla crisi.

Su tale scia, oltre alla norma già menzionata, anche il già richiamato inserimento dei delitti di mafia tra le ipotesi da cui far discendere un ulteriore ipotesi di responsabilità “231” che segue l’inserimento con la legge 231/2007 (solo omonima) l’inserimento delle ipotesi di riciclaggio.
Nel pacchetto sicurezza, infatti, l’articolo 59 inserisce l’articolo 24 quater nel decreto legislativo 231/01, con la previsione tra i delitti che possono dar corso a responsabilità amministrativa per la persona giuridica, per l’impresa, non solo l’associazione per delinquere di tipo mafioso, ma qualunque delitto se seguito dall’aggravante “mafiosa”, ossia l’aggravante di cui all’art. 7 l.203/01:
ART. 59. (Modifiche al decreto legislativo 8 giugno 2001, n. 231, in materia di responsabilità degli enti per delitti di criminalità organizzata).
1. Dopo l’articolo 24-bis del decreto legislativo 8 giugno 2001, n. 231, è inserito il seguente:
« ART. 24-ter. – (Delitti di criminalità organizzata) – 1. In relazione alla commissione
di taluno dei delitti di cui agli articoli 416, sesto comma, 416-bis, 416-ter e 630 del codice penale, ai delitti commessi avvalendosi delle condizioni previste dal predetto articolo 416-bis ovvero al fine di agevolare l’attività delle associazioni previste dallo stesso articolo, nonché ai delitti previsti dall’articolo 74 del testo unico di cui al decreto del Presidente della Repubblica 9 ottobre 1990, n. 309, si applica la sanzione pecuniaria da quattrocento a mille quote.
2. In relazione alla commissione di taluno dei delitti di cui all’articolo 416 del codice penale, ad esclusione del sesto comma, ovvero di cui all’articolo 407, comma 2, lettera a), numero 5), del codice di procedura penale, si applica la sanzione pecuniaria da trecento a ottocento quote.
3. Nei casi di condanna per uno dei delitti indicati nei commi 1 e 2, si applicano le sanzioni interdittive previste dall’articolo 9, comma 2, per una durata non inferiore ad un anno.
4. Se l’ente o una sua unità organizzativa viene stabilmente utilizzato allo scopo unico o prevalente di consentire o agevolare la commissione dei reati indicati nei commi 1 e 2, si applica la sanzione dell’interdizione definitiva dall’esercizio dell’attività ai sensi dell’articolo 16, comma 3».
Si tratta di una previsione che, nella sua fase applicativa, potrà porre sicuramente problemi di coordinamento con delitti transnazionali (l. 146/06, artt. 3 e 10), giacché anche in quel caso, in tema di responsabilità degli Enti, sono contemplati tra i delitti presupposto anche le figure associative in argomento, ma a condizione che presentino quelle caratteristiche di trasnazionalità di cui alla Convenzione Onu di Palermo del dicembre 2001, richiamate nell’articolo 3 della legge 146.

In sintesi: se il dipendente viene indagato per associazione per delinquere di tipo mafioso strutturata sul territorio è verosimile che il pubblico Ministero ricorra alla contestazione nei confronti dell’Azienda dell’ipotesi di cui si discute (art.24 quater) . Se riterrà invece, sulla scorta di una serie di elementi di fatto (diramazioni all’estero del sodalizio, tipologia di traffici illeciti trattati etc..) che si possano riassumere le caratteristiche della trasnazionalità, applicherà le ipotesi di cui all’articolo 10 della l.146/06.

Ciò che adesso è importante comprendere è quale sarà l’incidenza pratica delle 2 norme di cui sopra, sull’organizzazione del sistema di controllo interno.
Se infatti l’ampliamento dei casi di responsabilità “231” trovano una naturale via di fuga per l’azienda nella dotazione di un idoneo sistema di gestione e di organizzazione che fungerà da esimente e consentirà di puntare il dito solo sul dipendente frodatore, ben più incisiva e, per taluni aspetti, discutibile è l’ipotesi di modifica dell’articolo 38 del c.d. codice degli appalti, da cui l’azienda non riuscirebbe a sfuggire, se non attraverso un sistema di controllo talmente pervasivo ed in grado di monitorare le condotte individuali, da denunciare la condotta del proprio dipendente che aderisce alla richiesta mafiosa o del pubblico ufficiale.

Tanto per fare un esempio: il direttore dei lavori della multinazionale di costruzioni in Sicilia, riceve una richiesta estorsiva veicolata, come spesso accade, attraverso una impresa subappaltatrice locale.
Decide di provvedervi attraverso la sovrafatturazione o la falsa fatturazione di alcuni carichi di materiale inerte, atta a procurare la provvista di danaro necessaria.
Si può ben comprendere come il sistema di controllo interno deve essere in grado, agendo sui sistemi di gestione e su soluzioni IT di cogliere questi segnali, e denunciarli, onde non incorrere nella successiva esclusione e nella pubblicazione nel sito dell’Osservatorio Nazionale degli appalti pubblici, della notizie relativa alla vicenda emersa successivamente nel corso di autonome indagini.

L’ipotesi così delineata appare simile ad una altro caso: la contestazione del delitto associativo semplice ex art. 416, solo in apparenza e sul piano della mera contestazione finalizzato a delitti che essendo realizzati o realizzabili ai danni dell’Ente, farebbero venir meno il presupposto ex art. 5 co. 1 del decreto 231/01, dell’interesse o vantaggio. E’ proprio il caso di un sistema di sovrafatturazioni o false fatturazioni, coinvolgente uno o più dirigenti in concorso con alcuni fornitori ed a tutti viene contestata l’appropriazione indebita.

(segue)

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