L’elenco dei reati presupposto è tassativo

di Giovanni Battisti

"ancora una volta non può che ribadirsi la infondatezza di opzioni ermeneutiche intese ad arricchire il catalogo dei delitti presupposto in assenza di un espresso intervento del legislatore." (Tribunale ordinario di Milano, sezione Giudice per le indagini preliminari, Sentenza n. 12468 del 3 novembre 2010, GUP D'Arcangelo)


«La Pubblica Accusa chiedeva il rinvio a giudizio di X, responsabile della revisione di Banca Y e socio di Z (società di revisione, ndr), per il delitto di falsità nelle relazioni dei responsabili della revisione legale e contestava alla Z (società di revisione, ndr) la responsabilità ex crimine ai sensi dell'art. 25 ter lett. g) D.Lgs. n. 231/01, ritenendo sussistente l'interesse della stessa nella commissione del predetto delitto. [...]
La responsabilità da reato dell'ente è, infatti, prevista dall'art. 25 ter lett. g) D.Lgs. n. 231/01 "per il delitto di falsità nelle relazioni o nelle comunicazioni delle società di revisione, previsto dall'articolo 2624, secondo comma, del codice civile", ma tale ultima fattispecie incriminatrice è stata abrogata dal comma 34 dell'art. 37 D.Lgs. 27.1.2010 n.39.
La Pubblica Accusa ha, tuttavia, sostenuto che, atteso che tra il delitto di cui all'art. 2624 c.c. e quello enunciato dall'art. 27 del D.Lgs. 27.1.2010 n.39 vi è continuità normativa, la fattispecie di responsabilità dell'ente prevista dall'art. 25 ter lett. g) D.Lgs. 231/01 sarebbe pur sempre applicabile in relazione al delitto di falsità nelle relazioni contabili recentemente riformulato. [...]

La domanda di giudizio formulata dalla Pubblica Accusa deve essere disattesa in quanto infondata.
... secondo una consolidata ermeneusi, dalla quale non vi è ragione per discostarsi, l'elencazione dei delitti presupposto, ai sensi dell'art. 2 D.Lgs. 231/01, è tassativa e, pertanto, non è suscettiva di integrazione a mezzo della contestazione di delitti equipollenti o della artificiosa frammentazione di elementi costitutivi del delitto composto (Cass. 29.9.2009, n.41488, Rimoldi ed altri, Rv.245001).
Nel caso di specie, peraltro, la fattispecie incriminatrice di cui all'art. 2624 c.c. è stata abrogata e, pertanto, la ipotesi di illecito amministrativo dipendente da reato di cui all'art. 25 ter lett. g) D.Lgs. 231/01, che a tale delitto fa riferimento, pur formalmente vigente, è attualmente inapplicabile in ragione dello ius superveniens. [...]

Parimenti nessun rilievo, al fine di coonestare la perdurante applicabilità della fattispecie di illecito amministrativo previsto dall'art. 25 ter lett. g) D.Lgs. 231/01, può assumere la dedotta continuità del tipo di illecito tra il delitto di cui all'art. 27 del D.Lgs. 27.1.2010 n.39 ed il delitto di cui all'art. 2624 c.c. (del quale l'art. 174-bis del D.Lgs. 24.2.1998 n. 58 costituirebbe secondo la Pubblica Accusa esclusivamente una circostanza aggravante).
L'art. 3 del D.Lgs. 231/01, infatti, stabilisce che "L'ente non può essere ritenuto responsabile per un fatto che secondo una legge posteriore non costituisce più reato o in relazione al quale non è più prevista la responsabilità amministrativa dell'ente…"


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