22 dicembre 2010

Osservazioni sull'opportunità di introdurre, nel D.Lgs. 231/01, il reato di omicidio doloso

Ed il legislatore non s'accorse del dolo eventuale. Osservazioni, de iure condendo, sull'opportunità di introdurre, nel d.lgs. 231/01, il reato di omicidio doloso.
Ricollegandosi alle richieste dell'accusa per il caso "Thyssen", l'autore propone alcune interessanti considerazioni su d.lgs. 231/01 ed il dolo eventuale. L'articolo suggerisce l'introduzione di una responsabilità degli anti anche per omicidio volontario.
di Stefano Lorenzo Antiga (www.PenaleEconomico.com)

La vicenda del rogo della Thyssen Krupp, tragicamente nota, è tornata prepotentemente alla ribalta, nella cronaca giudiziaria di questi giorni, dopo che il p.m. Raffaele Guariniello ha chiesto per l'amministratore delegato della multinazionale, Harald Espenhahn, una condanna a 16 anni e 6 mesi di reclusione per omicidio volontario, commesso con dolo eventuale.
È proprio qui che incominciano le "note dolenti", almeno se ragioniamo dal punto di vista del d.lgs. 231/01. In effetti, se volgiamo lo sguardo al "catalogo" dei reati presupposto ex 231, salta agli occhi la presenza del solo omicidio colposo (cfr. art. 25 septies), fattispecie introdotta dalla L. 123/07.
Orbene, il d.lgs. 231/01 ci ha insegnato un principio davvero importante, vera e propria "rivoluzione copernicana" nel panorama del diritto punitivo nazionale: i reati (rectius certi reati) che vengono commessi nell'esercizio dell'attività d'impresa non possono essere "scaricati", tout court, sulla persona fisica (vertice o dipendente che sia) responsabile dell'illecito, ma debbono essere attribuiti anche all'ente, qualora lo stesso non abbia fatto tutto il possibile per impedirne la realizzazione (attraverso l'adozione di adeguati compliance programs). Si tratta della oramai nota nozione di "colpevolezza organizzativa", nozione che ha permesso di superare il tradizionale principio per cui societas delinquere non potest.

Il legislatore del 2001, tuttavia, ha fatto una scelta ben precisa: la responsabilità dell'ente non non deriva da qualsiasi reato venga commesso al suo interno, ma, come già precisato, sorge soltanto in relazione alle fattispecie criminose elencate nel d.lgs. 231. Siffatta elencazione, come di recente riconosciuto anche dal Tribunale di Milano (sent. 3.11.2010, D'Arcangelo), è tassativa, motivo per cui non è possibile corresponsabilizzare l'ente per reati diversi da quelli a catalogo. La scelta di limitare la corporate liability soltanto ad alcune tipologie criminose appare criticabile, dal punto di vista di chi scrive, poiché impedisce – in forza del descritto meccanismo della tassatività – di imputare all'ente taluni reati, non previsti dal catalogo, i quali trovano, per così dire, un terreno particolarmente fertile proprio nel campo dell'esercizio dell'attività d'impresa. Il novero di questi reati è ben nutrito (si va dall'usura ai reati ambientali, questi ultimi però in procinto d'introduzione nel d.lgs. 231, passando per una serie di reati comuni, ad es. truffa semplice o appropriazione indebita), e tra essi spicca anche l'omicidio volontario, di cui all'art. 575 C.p.

Come già precisato nei righi iniziali di queste brevi riflessioni, il d.lgs. 231/01 contempla la corresponsabilizzazione dell'ente soltanto con riferimento al reato di omicidio colposo (art. 589 C.p.), commesso con inosservanza delle norme sulla prevenzione degli infortuni sul lavoro (di cui al d.lgs. 81/08). Vale la pena di spiegare che l'omicidio volontario presenta diverse "gradazioni", non tutte riconducibili alla previsione dell'art. 43 C.p., vale a dire a quella Grundnorm codicistica che illustra l'elemento soggettivo del reato. A parte le disquisizioni dottrinali sul tema, che volentieri lascio all'onanismo dogmatico del mondo accademico, cercherò di illustrate brevemente – ed in modo (auspicabilmente) comprensibile a tutti – le diverse gradazioni del dolo cui ho fatto cenno poco sopra.
Il dolo, in diritto penale, viene distinto in tre tipologie. Vi è il dolo intenzionale (anche diretto di primo grado, tra l'altro l'unica forma di dolo cui si riferisce l'art. 43 C.p.), quando l'evento è preveduto e voluto dall'agente, il dolo diretto (anche diretto di secondo grado), quando l'agente prevede, quale conseguenza altamente probabile della sua condotta, la verificazione dell'evento, e tuttavia decide di agire ugualmente, e, infine, il dolo eventuale, forma del dolo, quest'ultima, che la dottrina è solita spiegare con la formula dell' "accettazione del rischio". In pratica, l'agente si rappresenta la possibilità (qui non altamente probabile come nel dolo diretto) che l'evento si verifichi, ed agisce accentando il rischio della sua realizzazione. Quest'ultima tipologia di dolo, com'è stato riconosciuto, è ai confini con la c.d. colpa cosciente (anche colpa con previsione, aggravata peraltro ex art. 61, n. 3, C.p.), nella quale, però, vi è l'assoluta non volontarietà dell'evento lesivo (ergo qui non v'è spazio nemmeno per l'accettazione del rischio).
A questo punto, per i profani della materia, un esempio può risultare d'aiuto. Immaginiamo che un automobilista debba affrontare, a velocità sostenuta, una curva difficile. Egli, facendo leva sulle sue abilità di provetto driver, può rappresentarsi la possibilità di uscire di strada e cagionare la morte (oppure il ferimento) di alcune persone, tuttavia la esclude categoricamente. Nel caso in cui si verifichi il nefasto evento, la responsabilità sarà per colpa aggravata. Qualora, al contrario, il nostro automobilista, non limitandosi a prevedere i descritti eventi, accetti il rischio di cagionarli, la sua responsabilità sarà per omicidio (o lesioni) volontari, in quanto egli ha agito con dolo eventuale. In dottrina, a questo proposito, s'è parlato di "linea d'ombra" (LOSAPPIO, Dolo eventuale e colpa con previsione. La linea d'ombra) tra dolo eventuale e colpa cosciente, dati i labili confini che intercorrono tra le due fattispecie de quibus.

Fatto questo breve excursus sulle gradazioni del dolo, veniamo ora al d.lgs. 231/01. Quest'ultima normativa contiene una grave lacuna, autentico horror vacui, nella parte in cui manca ogni riferimento alla corresponsabilizzazione dell'ente in caso di omicidio volontario. È oltremodo probabile che il legislatore del 2007 abbia inteso limitare la corporate liability, per l'ipotesi di infortuni sul lavoro, ai soli reati di omicidio e lesioni colposi, nella convinzione che mai un datore di lavoro – o chi per lui ne fa le veci – agisce con la volontà di realizzare gli eventi descritti negli artt. 589 e 590 C.p. Eppure, com'è stato sopra chiarito, il dolo non s'esaurisce nella intenzionalità di cagionare la morte o le lesioni (c.d. dolo pieno, se mi si passa l'espressione), ma presenta delle forme, come detto, ai confini con la colpa (segnatamente quella con previsione), forme che riconduciamo all'archetipo dell'accettazione del rischio, o dolo eventuale che dir si voglia. Il legislatore, pertanto, dimentico delle possibili gradazioni del dolo, ha aumentato le (gravi) lacune insite nella c.d. "231", postulando (allo stato dell'arte) l'impossibilità di addebitare all'ente una responsabilità per omicidio volontario (nella forma dell'accettazione del rischio). Il caso Thyssen costituisce un triste esempio della descritta impossibilità. Soltanto qualora altri imputati siano chiamati a rispondere per omicidio colposo, commesso con inosservanza delle norme antinfortunistiche, allora risulta possibile corresponsabilizzare l'ente (v. ancora art. 25 septies). Altrimenti, "salta" il ponte della responsabilità ex 231.

In chiusura, mi sia permesso di ribadire che l'impossibilità di chiamare l'ente a rispondere – tra l'altro in presenza di fatti di estrema gravità sociale – è deprecabile sotto molteplici aspetti, uno su tutti la general-prevenzione che l'ente è chiamato a svolgere ai sensi del d.lgs. 231/01. Invero, l'impresa deve compiere (rectius ha l'onere di farlo) uno sforzo teso ad evitare che, al suo interno, vengano commessi determinati reati, e, tra questi, dovrebbero essere annoverate anche quelle forme, per così dire, "patologiche" di inosservanza delle cautele contro gli infortuni sul lavoro, qual è l'agire accettando il rischio di procurare conseguenze terribili per la vita dei lavoratori. Del resto, tale obbligo discende dallo stesso art. 2087 C.c., norma che impone al datore di lavoro di "tutelare l'integrità fisica e la personalità morale dei prestatori di lavoro". Chiamare a rispondere anche la società di questi gravi episodi di criminalità economica costituirebbe un forte deterrente, ed è per questo motivo che risulta auspicabile, de iure condendo, aggiungere all'art. 25 septies la responsabilità dell'ente per omicidio volontario.
Nella speranza che il messaggio giunga a destinazione.

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